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Due volte Ministro della Repubblica Italiana, dal 16 novembre 2001 al 14 ottobre 2007 è stato segretario nazionale dei Democratici di Sinistra. Il 6 novembre 2007 è stato nominato Inviato dell'Unione Europea in Birmania da Javier Solana, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune dell'Unione Europea.[1] Dal 16 maggio 2011 è sindaco di Torino.

Biografia Modifica

Appartiene ad una famiglia di tradizione socialista: il nonno materno, Cesare Grisa, fu uno dei fondatori del Partito Socialista Italiano, quello paterno venne ucciso dai fascisti nel 1944, mentre il padre, Eugenio Fassino, è stato comandante della 41-ma brigata Garibaldi nel corso della resistenza.[2]

Fassino ha studiato all'Istituto Sociale di Torino. Ha giocato nelle giovanili della Juventus, fino alla categoria Juniores. Si è laureato in Scienze politiche presso l'Università degli Studi di Torino nel 1998.[3]

Nel luglio del 2003 è uscito il suo libro Per passione edito da Rizzoli. Quest'opera è principalmente un diario dove si ritrovano la sua vita e gli intrecci storico-politici degli ultimi trent'anni.

Nel 2010 gli è stato attribuito il Premio America della Fondazione Italia USA.

Piero Fassino è alto 1,92 m e pesa 66 kg. In ragione della sua magrezza ha confidato: «Quando sono sotto stress perdo interesse per i sapori, sedermi a tavola diventa soltanto un atto che cerco di impormi, mi dimentico di mangiare».[4]

È sposato in seconde nozze dal 1993 con Anna Maria Serafini, deputata del suo stesso partito dal 1987 al 2001, e senatrice dal 2006.

La carriera politica dalla FGCI al PDS Modifica

File:Fassino e Berlinguer.jpg

Si iscrisse alla Federazione giovanile comunista torinese nel 1968, diventandone segretario tre anni dopo. Nel 1975 fu eletto consigliere comunale del capoluogo piemontese (seggio che manterrà per dieci anni), mentre dal 1985 al 1990 fu consigliere provinciale.

All'interno del partito Fassino ricoprì la carica di segretario della federazione torinese dal 1983 al 1987. E, sempre dal 1983, fu eletto nella Direzione nazionale del PCI.

Dal 1987 al 1991 è membro della Segreteria nazionale del PCI, prima come coordinatore della Segreteria e poi come responsabile dell'organizzazione, dove ha vissuto la delicata fase di trasformazione del PCI in Partito Democratico della Sinistra (PDS, cui aderì fin dal momento della sua fondazione).

Dal 1991 al 1996 è segretario internazionale del neonato partito e ne guida l'ingresso nell'Internazionale Socialista.[5]

L'impegno da membro del Governo, deputato e segretario dei DS Modifica

File:Pierofassino2006.jpg

Dal 1994 è eletto parlamentare alla Camera dei deputati. Rieletto nel 1996, diviene sottosegretario agli esteri durante il governo Prodi I ed assume nell'ottobre del 1998 la carica di ministro del commercio estero nel primo e secondo governo d'Alema. Lascerà questo incarico nell'aprile del 2000 per assumere quello di ministro di grazia e giustizia nel secondo esecutivo presieduto da Giuliano Amato, in carica dal 25 aprile 2000 al 13 maggio 2001.

Indicato dal suo partito quale vice del candidato premier per L'Ulivo Francesco Rutelli, è rieletto deputato alle elezioni politiche del 2001.

Nel novembre del 2001, al secondo congresso dei Democratici di Sinistra, viene eletto segretario con la maggioranza del 61,8%. Verrà riconfermato nel terzo congresso del febbraio 2005 con il 79% dei voti; in questa occasione, con la sua mozione viene anche votata l'adesione dei DS alla Federazione dell'Ulivo.

Al termine delle elezioni politiche del 2006, riceve un nuovo mandato parlamentare alla Camera: non entra a far parte del governo Prodi II perché, di comune accordo con il partito, decide di occuparsi in prima persona dei DS e della costruzione del futuro Partito Democratico.

Nel 2007 si ricandida alla segreteria del partito con la mozione «Per il partito democratico» in vista del congresso che si tiene tra il 19 e il 21 aprile. Alla sua mozione si contrappongono quelle presentate dal ministro Fabio Mussi e da Gavino Angius. Il congresso si conclude con la vittoria della sua mozione con il 75,64% dei consensi. La vittoria della sua mozione indica il sì del partito alla proposta di confluire nel nuovo soggetto politico del Partito Democratico. Il 14 ottobre 2007 con le prime elezioni primarie del PD il partito dei DS si scioglie ufficialmente e confluisce nel nuovo soggetto politico.

Nel 2008 è rieletto alla Camera dei deputati, e si iscrive al gruppo del PD; in questo contesto, viene nominato "Ministro degli Esteri" nel governo ombra del Partito Democratico, ruolo che ricopre dal 9 maggio 2008 al 21 febbraio 2009. Dal mese di novembre è Inviato speciale dell'Unione Europea per la Birmania.

Al congresso del 2009 del Partito Democratico sostiene la mozione di Dario Franceschini, diventando il punto di riferimento dei socialdemocratici che sostenevano la candidatura dell'allora segretario in carica. Dopo le primarie del 25 ottobre, che sanciscono la vittoria di Pier Luigi Bersani, confluisce nella corrente interna al PD Area Democratica, formata dai sostenitori della mozione Franceschini.[6]

Sindaco di Torino Modifica

Il 28 dicembre 2010 annuncia la sua candidatura a sindaco di Torino per le elezioni comunali del 2011.[7] Il 28 febbraio 2011 arrivano i risultati delle elezioni primarie del PD, che lo vedono vincere col 56% delle preferenze.

Il 16 maggio 2011, alla guida di una coalizione di centro-sinistra composta da otto liste, batte al primo turno il candidato di centro-destra Michele Giuseppe Coppola e viene eletto primo cittadino di Torino[8][9][10] con il 56,66% dei voti.[11] In seguito annuncia l'intenzione di dimettersi da deputato entro la fine di giugno 2011 per dedicarsi interamente al ruolo di sindaco della città;[12] dimissioni presentate al Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini il 6 luglio 2011[13] e formalizzate il 19 luglio successivo[14] con un discorso alla Camera.[15] Nell'ottobre 2011 un sondaggio lo elegge "sindaco più amato d'Italia".[16][17]

Posizioni politiche Modifica

Nel 2003 si è schierato contro la Legge 40 sulla procreazione assistita,[18] votata dalla maggioranza di centro-destra e da parte dell'opposizione di centro-sinistra. In seguito ha sostenuto il referendum abrogativo di parte di quella legge, che si è tenuto nel giugno 2005.[19]

Nel dicembre 2006, mentre l'Italia si interrogava sul caso di Piergiorgio Welby, Fassino si è schierato apertamente contro la possibilità dell'eutanasia, differenziando tuttavia la sua posizione nei confronti dell'accanimento terapeutico. Nella stessa occasione si è dichiarato contrario alla possibilità di adozione di minori da parte di coppie omosessuali.[20]

Nel marzo 2007 ha suscitato reazioni contrastanti la sua posizione secondo cui, a un'eventuale conferenza di pace sull'Afghanistan, sarebbe opportuno invitare anche i talebani, in quanto «la pace si fa con il nemico».[21]

Dal 23 maggio 2007 è uno dei 45 membri del "Comitato nazionale per il Partito Democratico", che riunisce i leader delle componenti del futuro partito.

Nel 2010 si è schierato a favore del sì per il "referendum di Mirafiori", allineandosi alle posizioni dei sindacati CISL e UIL.[22]

Procedimenti giudiziari Modifica

Le Gru Modifica

Verso la fine del 1993, Piero Fassino venne coinvolto nell'inchiesta giudiziaria che riguardò il centro commerciale "Le Gru" a Grugliasco. La Procura della Repubblica di Torino iniziò quell'anno un'inchiesta in cui vennero coinvolti il sindaco allora in carica a Grugliasco, Domenico Bernardi del PDS, più varie altre personalità politiche locali. Il nome di Fassino viene fatto una prima volta da Carlo Orlandini, all'epoca presidente di Euromercato, e poi da Antonio Crivelli, all'epoca capogruppo del PCI al consiglio comunale di Grugliasco: il manager disse di aver incontrato Fassino e di avergli parlato di questo centro commerciale, e che Fassino avrebbe approvato la costruzione ma senza pretendere denaro né per sé né per il partito; il politico locale racconta invece di aver saputo, per vie traverse mai chiarite, che Fassino si sarebbe recato a Parigi a ritirare una tangente per la costruzione di "Le Gru". Tale pista si è conclusa con l'archiviazione delle indagini. A tutt'oggi risultano accertate solo le tangenti date dal gruppo Trema ai politici locali.

Affare Telekom Serbia Modifica

Template:Vedi anche

Nel 2003 viene accusato da Igor Marini di aver ricevuto tangenti, nell'ambito dell'Affare Telekom Serbia, insieme a Romano Prodi, Lamberto Dini, Walter Veltroni, Francesco Rutelli e Clemente Mastella. Secondo Marini, Fassino era soprannominato Cicogna. L'inchiesta della Procura della Repubblica di Torino, rilevate false le prove ai danni di Fassino, ha portato in carcere Marini e ha escluso la presenza di tangenti a favore dei politici accusati. A seguito di questa vicenda, Fassino affermò: «il burattinaio di Igor Marini è a Palazzo Chigi e dovrà rispondere anche lui». A causa di questa frase fu querelato da Silvio Berlusconi per calunnia con la richiesta di risarcimento per 15 milioni di euro. Fassino rinunciò all'immunità parlamentare per affrontare il procedimento per calunnia, da cui fu prosciolto il 30 gennaio 2004, e sfidò l'allora presidente del consiglio Berlusconi a fare lo stesso e ad affrontare i suoi processi.[23] Il 10 novembre 2011 il tribunale di Roma ha condannato Igor Marini al pagamento di un risarcimento danni di 100.000 euro nei confronti dei politici accusati, tra cui lo stesso Fassino.[24]

Bancopoli Modifica

Template:Vedi anche Template:Recentismo

Il 31 dicembre 2005 il Giornale ha pubblicato stralci di un'intercettazione telefonica tra Fassino e Giovanni Consorte, manager della Unipol e all'epoca coinvolto nello scandalo di Bancopoli; nell'intercettazione Fassino chiedeva a Consorte: «E allora siamo padroni di una banca?» (più spesso ricordata come «Abbiamo una banca?»).[25][26] Tale pubblicazione ha dato luogo ad un largo seguito di speculazioni politiche. Template:Citazione necessaria; si sono aperti invece due procedimenti giudiziari a Milano, rispettivamente nei confronti di Fabrizio Favata, l'imprenditore che aveva fornito a il Giornale le intercettazioni coperte da segreto investigativo, e verso Paolo Berlusconi, editore del quotidiano. In entrambi i processi Fassino si è costituito parte civile. Il 10 giugno 2011 il Giudice dell'udienza preliminare incaricato del procedimento verso Favata ha condannato quest'ultimo a due anni e quattro mesi e al risarcimento dei danni morali (quantificati in 40.000 euro) nei confronti di Fassino.[27] Per il procedimento verso Paolo Berlusconi i magistrati hanno chiesto l'archiviazione,[28] richiesta che però è stata respinta dal Giudice per le indagini preliminari, che ha invece sollecitato il rinvio a giudizio anche per Silvio Berlusconi (il quale si sarebbe avvantaggiato politicamente dalla pubblicazione dell'intercettazione[29]), e l'iscrizione nel registro degli indagati di Maurizio Belpietro, all'epoca dei fatti direttore de il Giornale.[30][31] Il 7 febbraio 2012 il GUP ha accolto la richiesta dei magistrati, rinviando a processo anche l'ex premier.[32][33]

Note Modifica

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Altri progetti Modifica

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Collegamenti esterni Modifica

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