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Craxi fu il primo socialista a ricoprire, nella storia repubblicana, la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987, in due governi consecutivi. Coinvolto in seguito nelle inchieste di Tangentopoli, subì due condanne definitive per corruzione e finanziamento illecito al Partito Socialista Italiano, e morì mentre erano in corso altri quattro processi contro di lui.[1]

È uno degli uomini politici più rilevanti della cosiddetta Prima Repubblica[2], ma anche uno dei più controversi: ciò perché da latitante in seguito alle indagini di Mani Pulite, che condussero, tra l'altro, all'incriminazione e ad una duplice condanna definitiva in sede penale - "morì in solitudine, lontano dall'Italia (...) dopo che egli decise di lasciare il paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti"[3].

Biografia Modifica

L'inizio della carriera politica Modifica

Primogenito dell'avvocato Vittorio Craxi (19061992), antifascista e perseguitato politico, la cui famiglia paterna era originaria di San Fratello (un comune della provincia di Messina sui Nebrodi), e di Maria Ferrari, una casalinga di Sant'Angelo Lodigiano, Craxi nasce a Milano il 24 febbraio 1934.

Durante la seconda guerra mondiale, la famiglia decide di affidarlo al collegio cattolico "De Amicis" a Cantù, sia per il carattere turbolento, sia per allontanarlo dai pericoli che correva a causa dell'attività antifascista del padre che, dopo la liberazione, assumerà la carica di vice-prefetto a Milano e poi quella di prefetto a Como.

Terminata la guerra, Bettino Craxi frequentò il liceo classico "Giosuè Carducci" a Milano[4] ed iniziò ad avvicinarsi giovanissimo alla politica; nel 1953 a diciannove anni entrò nella federazione milanese del Partito Socialista, diventandone funzionario e quattro anni dopo, a ventitré anni, fu eletto nel comitato centrale del PSI. Nel frattempo frequentò la facoltà di giurisprudenza, diventando vicepresidente dell'Unuri, il parlamentino degli studenti. Intanto proseguiva la sua ascesa all'interno del PSI: nel 1965 divenne membro della direzione nazionale. Dopo un'esperienza di amministratore come consigliere comunale a Sant'Angelo Lodigiano e assessore nella sua Milano, iniziata nel 1960, nel 1968 veniva eletto per la prima volta in Parlamento.

Poco dopo il fallimento dell'unificazione socialista (1969), nel 1970 diventò vicesegretario nazionale, su nomina di Giacomo Mancini. All'interno del partito fu un convinto sostenitore di Pietro Nenni e del centro-sinistra "organico" che in quegli anni governava l'Italia.

Nel 1972 con l'elezione di Francesco De Martino a segretario nazionale del PSI, durante il congresso di Genova, Craxi viene confermato insieme a Giovanni Mosca nel ruolo di vicesegretario, ricevendo l'incarico di curare i rapporti internazionali del partito. Da rappresentante del PSI presso l'Internazionale Socialista stringe legami con alcuni dei protagonisti della politica estera del tempo, da Willy Brandt a Felipe González, da François Mitterrand a Mario Soares, da Michel Rocard ad Andreas Papandreou. A partire da quella funzione di responsabile del PSI per gli esteri, e per tutto il seguito della sua carriera politica, finanziò[5] alcuni partiti socialisti messi al bando dalle dittature dei rispettivi Paesi, tra cui il Partito Socialista Operaio Spagnolo, il Partito Socialista Cileno di Salvador Allende, di cui Craxi era amico personale, e il Partito Socialista Greco.

L'elezione a segretario e il nuovo corso Modifica

File:Psi1980.png

Nel 1976, un articolo sull'Avanti! del segretario socialista Francesco De Martino causò la caduta del governo Moro, provocando le successive elezioni anticipate che si conclusero con una crescita impressionante del PCI di Enrico Berlinguer, mentre la Democrazia Cristiana riuscì a rimanere il partito di maggioranza relativa solo per pochi voti.

Per il PSI invece, quelle elezioni furono una pesante sconfitta. I voti scesero sotto la soglia psicologica del 10%. De Martino, che puntava ad una nuova alleanza con i comunisti, fu costretto alle dimissioni e si aprì all'interno del partito una grave crisi. Alla ricerca di una nuova identità che rilanciasse il partito, il 16 luglio il comitato centrale si riunì in via straordinaria presso l'Hotel Midas di Roma ed elesse Bettino Craxi, da pochi giorni capogruppo alla Camera, nuovo segretario.

La scelta di Craxi fu frutto di una mediazione fra le varie correnti socialiste che si presentavano fortemente frammentate e quindi incapaci di far emergere un segretario, appoggiato da una solida maggioranza. Emerse così la volontà di eleggere un "segretario di transizione" che guidasse il partito fuori dalla crisi. Il primo a proporre il nome di Craxi fu Giacomo Mancini, che riuscì a far convergere sul suo nome anche i voti delle correnti guidate da Claudio Signorile ed Enrico Manca. Si opposero alla sua elezione soltanto i cosiddetti "demartiniani", ostili a colui che era considerato il "pupillo di Nenni", i quali però al momento delle votazioni preferirono astenersi.

Craxi mostrò immediatamente le sue doti politiche, palesando di essere tutt'altro che un semplice "segretario di transizione". Nominò suoi collaboratori personalità nuove, alcune molto giovani, tanto da dare inizio a quella che sarà chiamata la "rivoluzione dei quarantenni". Craxi si mosse con determinazione ed energia, puntando al rilancio del partito, che "partendo dalla sua grande tradizione, ritrovasse il suo orgoglio e il coraggio di intraprendere nuove strade, di dare inizio" a quello che il segretario chiamò "il nuovo corso". Puntando a tracciare nuovi sentieri, Craxi si oppose al compromesso storico e delineò, per il futuro, una linea dell'alternanza, fra DC e il suo partito.

Già nei primi anni di segreteria ci fu una rivalutazione del pensiero socialista libertario rispetto al marxismo, una riscoperta di Proudhon rispetto a Marx. Basta leggere un saggio scritto da Craxi stesso su «L'Espresso» e intitolato «Il Vangelo socialista», dove si ha una profonda critica del leninismo:

«La profonda diversità dei «socialismi» apparve con maggiore chiarezza quando i bolscevichi si impossessarono del potere in Russia. Si contrapposero e si scontrarono due concezioni opposte. Infatti c'era chi aspirava a riunificare il corpo sociale attraverso l'azione dominante dello Stato e c'era chi auspicava il potenziamento e lo sviluppo del pluralismo sociale e delle libertà individuali [...] La meta finale è la società senza Stato, ma per giungervi occorre statizzare ogni cosa. Questo è, in sintesi, il grande paradosso del leninismo.Ma come è mai possibile estrarre la libertà totale dal potere totale? Invece [...] Si è reso onnipotente lo Stato [...] Il socialismo non coincide con lo stalinismo [...] è il superamento storico del pluralismo liberale, non già il suo annientamento.»[6]

Durante il sequestro Moro fu l'unico leader politico insieme ad Amintore Fanfani e Marco Pannella a dichiararsi disponibile ad una trattativa, attirandosi addosso parecchie critiche. In quello stesso anno, il 1978, si svolse a Torino il XLI congresso in cui Craxi, riuscì a farsi rieleggere, malgrado la sua corrente dell'"Autonomia Socialista" avesse un duro scontro all'inizio con la corrente lombardiana (guidata da Claudio Signorile) e con quella demartiniana (con a capo Enrico Manca), che lo avevano appoggiato due anni prima.

Craxi si presentò agli Italiani in una maniera totalmente nuova: da un lato prese esplicitamente le distanze dal leninismo rifacendosi a forme di socialismo non autoritario[7], e dall'altro si mostrò attento ai movimenti della società civile e alle battaglie per i diritti civili, sostenute dai radicali, curava la propria immagine attraverso i mass media e mostrava di non disdegnare la politica-spettacolo. Avviò una campagna per la "governabilità del governo", assumendo toni sempre più decisionisti, con quella che nei giornali sarà chiamata la "grinta" di Craxi; vi fu anche chi la presentò come l'unica forma di alternativa fino a quando vi sarebbe stata una "democrazia bloccata" dalla presenza del più grande partito comunista dell'Occidente[8].

Craxi presidente del Consiglio Modifica

Template:Vedi anche L'azione di Craxi viene aspramente criticata dalla sinistra interna, ma trascina il partito all'ottimo risultato raggiunto alle elezioni del 1983. In seguito a ciò, Craxi – che nel 1979 aveva dovuto rinunciare ad un precedente incarico, conferitogli dal presidente Pertini – chiede e ottiene la presidenza del Consiglio. È il primo socialista che ci riesce.[9]

Il primo governo Craxi è sostenuto dal Pentapartito, un'alleanza fra Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli. Quest'alleanza nasceva non da accordi pre-elettorali o da una comune identità di vedute, ma dall'opportunità, fortemente sfruttata da Craxi, offerta dal capovolgimento delle alleanze tra le correnti della Democrazia cristiana (la cui gestione interna s'era assestata sulla linea del Preambolo di Donat Cattin, che aveva sostenuto la necessità di "tenere i comunisti fuori dal governo"): è l'unica maggioranza, in pratica, capace di potersi formare, senza coinvolgere in nessun modo il Pci.

Nonostante ciò, il suo governo fu uno dei più lunghi nella storia della Repubblica e riuscì a lasciare una traccia profonda nella politica italiana.

Politica interna dei governi Craxi Modifica

File:Nicolae Ceauşescu with Bettino Craxi.jpg

Il 5 agosto 1983, appena un giorno dopo aver formato il suo primo governo, Craxi istituisce il Consiglio di Gabinetto, dando seguito ad un impegno assunto con i partiti del Pentapartito nel corso delle consultazioni: «Si tratta - disse allora Craxi - di un Consiglio nel quale saranno rappresentate tutte le forze politiche; un Consiglio politico, che dovrà consentire consultazioni più rapide su tutte le questioni che saranno poi sottoposte al vaglio del Consiglio dei ministri, su tutte le questioni di indirizzo importanti. Si tratta di un organismo autorevole in cui saranno rappresentati anche i ministeri politici ed economici più importanti». La prima riunione si svolge il 26 agosto e vi prendono parte, oltre naturalmente a Craxi, Arnaldo Forlani, vicepresidente del Consiglio e Giulio Andreotti, ministro degli Esteri, Giovanni Goria, ministro del Tesoro, Oscar Luigi Scalfaro, ministro dell'Interno in rappresentanza della Dc, Giovanni Spadolini, segretario del Pri e ministro della Difesa, Renato Altissimo ministro dell'Industria del Pli, Gianni De Michelis, Psi e ministro del Lavoro e il ministro del Bilancio del Psdi Pietro Longo. Fanno parte del Consiglio quindi i rappresentanti di tutti e cinque i partiti dell'alleanza di governo. Il Consiglio in seguito assunse un ruolo centrale e agì come sede di concertazione delle principali decisioni politiche nel successivo triennio, contribuendo alla fama di "governo forte" che assunse quell'Esecutivo. Presenziava alle riunioni il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giuliano Amato (PSI).

Furono diversi i provvedimenti varati dal governo Craxi, fra i più importanti:

  • il contestato taglio di tre punti della Scala mobile, a seguito del cosiddetto "decreto di San Valentino", ottenuto con la sola concertazione della CISL e della UIL. La CGIL, invece, abbandonò le trattative e diede vita a massicce manifestazioni di massa, con la collaborazione del Pci, che nel frattempo scatenò in Parlamento un ostruzionismo durissimo. Il decreto passò con la fiducia e in seguito venne avviata una raccolta di firme che portò ad un referendum abrogativo. Al referendum, che si tenne nella primavera del 1985, Craxi partecipò attivamente alla campagna elettorale a sostegno della sua riforma, riuscendo ad ottenere, a sorpresa, la sconfitta degli abrogazionisti[11].
  • La politica economica dei suoi governi è stata molto discussa: da un lato l'inflazione, dal 1983 al 1987, scese dal 12,30% al 5,20%, e lo sviluppo dell'economia italiana, secondo soltanto a quello del Giappone, vide sia una crescita dei salari (in quattro anni, di quasi due punti al di sopra dell'inflazione), sia il momentaneo sorpasso del reddito nazionale e di quello pro-capite della Gran Bretagna, diventando il quinto paese industriale avanzato del mondo[12]. In quegli stessi anni però il debito pubblico passò da 234 a 522 miliardi di euro (dati valuta 2006) e il rapporto fra debito pubblico e PIL passò dal 70% al 90%[13]. Ciò ha fatto dire che la sua gestione del bilancio - sul punto non correttiva degli squilibri accumulativi nei conti pubblici nel decennio precedente - ha contribuito a provocare allo Stato l'enorme debito pubblico, decisamente superiore alla media europea.[14][15]
  • Il "decreto Berlusconi", varato dopo la decisione dei pretori di Torino, Roma e Pescara di oscurare i canali televisivi della Fininvest di proprietà di Silvio Berlusconi, allora un semplice imprenditore con cui Craxi aveva una forte amicizia (fece da testimone al suo secondo matrimonio). Il decreto stabilì la legalità delle trasmissioni delle televisioni dei grandi network privati, ma suscitò aspre critiche nel Paese[18] e fu approvato dal Parlamento solo tramite il voto di fiducia[19].
File:Berlusconi 1984.jpg

Come ricordò anni dopo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, "il discorso sulle riforme istituzionali che aveva rappresentato, già prima dell'assunzione della Presidenza del Consiglio, l'elemento forse più innovativo della riflessione e della strategia politica dell'on. Craxi (...) non si tradusse in risultati effettivi di avvio di una revisione della Costituzione repubblicana. La consapevolezza della necessità di una revisione apparve condivisa (...) ma (...) non seguì alcuna iniziativa concreta, di sufficiente respiro, in sede parlamentare. Si preparò piuttosto il terreno per provvedimenti che avrebbero visto la luce più tardi, come la legge ordinatrice della Presidenza del Consiglio e, su un diverso piano, significative misure di riforma dei regolamenti parlamentari"[20]. Rimase quindi "un inutile abbaiare alla luna" - come lo definì Craxi stesso con amarezza - il progetto di una "grande riforma" costituzionale in senso presidenzialista, che desse maggiore efficienza in senso decisionista ai poteri pubblici italiani; non si raggiunse mai in Parlamento la maggioranza necessaria anche solo per affacciare l'ipotesi di approvazione di un testo, sul quale peraltro vi erano forti oscillazioni nello stesso entourage craxiano (vi era chi optava per il presidenzialismo all'americana e chi per quello alla francese). Eppure, nel 1992, un'autorità in tema di scienza politica come Norberto Bobbio osservò che, rispetto alle riforme costituzionali, "non si poteva negare che Craxi fosse stato un precursore"[21].

Altro fallimento fu la sua proposta – sulla scorta di analoghe operazioni effettivamente realizzate negli anni settanta in Grecia e, negli anni cinquanta, nella Germania di Konrad Adenauer – della "lira pesante", un progetto per la parità uno a mille della valuta, si disse con la possibile coniazione di una moneta con l'effigie di Garibaldi; l'operazione non ebbe alcun seguito[22].

Con i potentati economici del Nord il rapporto fu sempre alquanto dialettico: al congresso della CGIL del 1986 accusò gli industriali di voler "lucrare senza pagare", ricevendo dalla platea sindacale un caloroso applauso[23] e dando così l'impressione di un'efficacia redistributiva maggiore di quella che – dopo la marcia dei quarantamila, che aveva visto spuntarsi le armi del sindacalismo confederale – era promessa dal massimalismo di sinistra facente capo al PCI.

Di contro la Confindustria evidenziò polemicamente che da un lato si chiedeva agli industriali un contributo al benessere della collettività, ma a ciò non corrispondeva una buona condotta della politica nella gestione del denaro pubblico. Infatti, dagli anni settanta la spesa pubblica decollò e il sistema partitico non fece nulla per porvi un freno[24].

Assai più criticati, perché rientranti in una nozione di ingerenza dello Stato nell'economia, furono gli interventi del governo Craxi per la fine del mandato di Enrico Cuccia come presidente di Mediobanca (elusa dal consiglio di amministrazione con la sua nomina a presidente onorario) e l'opposizione alla vendita del complesso alimentare dell'IRI – la SME – negoziata direttamente dal suo presidente Romano Prodi e smentita da una direttiva del Governo[25].

Politica estera dei governi Craxi Modifica

Nella politica estera, il governo Craxi e il personale intervento del Presidente del Consiglio[26] "si caratterizzarono per scelte coraggiose volte a sollecitare e portare avanti il processo d'integrazione europea, come apparve evidente nel semestre di presidenza italiana (1985) del Consiglio Europeo"[20]. Si tratta di un indirizzo che proseguì anche nei successivi governi a partecipazione socialista e che portò al deciso avallo del trattato di Maastricht nel 1992[27].

Craxi continuò anche la politica atlantista dei suoi predecessori, ai quali aveva dato l'appoggio del suo partito per l'installazione in Sicilia degli "euro-missili" posizionati contro l'URSS; secondo Zbigniew Brzezinski, l'ex segretario di Stato di Carter, ”senza i missili Pershing e Cruise in Europa la guerra fredda non sarebbe stata vinta; senza la decisione di installarli in Italia, quei missili in Europa non ci sarebbero stati; senza il PSI di Craxi la decisione dell'Italia non sarebbe stata presa. Il Partito Socialista italiano è stato dunque un protagonista piccolo, ma assolutamente determinante, in un momento decisivo”[28].

Nel contempo, però, Craxi mantenne una linea di attenzione ad alcune cause terzomondiste, come già lasciava prevedere - prima del suo arrivo alla guida del Governo - il sostegno dato all'Argentina nella Guerra delle Falkland, senza però interferire in alcun modo nel conflitto.

Stipulò accordi con i governi della Jugoslavia e della Turchia; sostenne anche il dittatore della Somalia Muhammad Siad Barre, già segretario del Partito Socialista Rivoluzionario Somalo. Fornì un appoggio convinto alla causa palestinese e intrecciò relazioni diplomatiche con l'OLP e con il suo leader Yasser Arafat, di cui divenne amico personale, sostenendone le iniziative.

Obiettivo dichiarato era quello di fare dell'Italia una potenza regionale nell'area del Mar Mediterraneo e del Vicino Oriente. In quest'ambito, tre episodi sono considerati quelli più significativi, e tutti e tre coinvolsero gli Stati rivieraschi di fronte alle coste italiane: Egitto, Libia e Tunisia.

La crisi di Sigonella Modifica

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Il bombardamento americano di Tripoli Modifica

All'epoca del bombardamento americano contro Tripoli, avvenuto il 14 aprile 1986, il ruolo di Craxi fu reputato eccessivamente prudente e fu per questo criticato dalla stampa nazionale[29] per non aver reagito alla rappresaglia libica (il lancio di missili su Lampedusa, avvenuto il giorno successivo al raid americano). Oltre venti anni dopo è emersa una diversa descrizione dei fatti[30] secondo cui Craxi avvertì preventivamente Gheddafi dell'imminente attacco statunitense su Tripoli, consentendogli in tal modo di salvarsi.

Si tratta di una ricostruzione conforme con le note posizioni del governo italiano, che considerava la ritorsione americana, scaturita dalla politica di appoggio al terrorismo della Libia, come un atto improprio, che non doveva coinvolgere come base di partenza dell'attacco il suolo italiano. Tale versione è coerente anche con alcune ricostruzioni dei missili su Lampedusa, segnatamente quella[31] secondo cui i missili sarebbero stati un espediente per coprire "l'amico italiano" agli occhi degli americani: lo dimostrerebbe la scarsa capacità offensiva di penetrazione dei missili, che per altro sarebbero caduti in mare senza cagionare alcun danno.

Tale tesi, nel contempo, però, non spiega come facesse Craxi a conoscere l'attacco due giorni prima, visto che esso fu condotto da navi della VI flotta alla fonda nel golfo della Sirte e che ostentatamente all'epoca si disse[32] che il governo italiano - così come tutti gli altri governi della NATO con l'eccezione di quello britannico - non era stato coinvolto nella sua preparazione[33]. Sul punto, però, è giunta recentemente una testimonianza diretta del consigliere diplomatico di Craxi a palazzo Chigi, l'ambasciatore Antonio Badini, secondo cui Reagan inviò Vernon Walters ad informare il governo italiano dell'imminente attacco a Gheddafi e Craxi, non essendo riuscito a convincere gli americani a desistere[34], decise di salvare la vita al leader libico per evitare un'esplosione di instabilità in un Paese islamico di fronte all'Italia[35].

La deposizione di Bourghiba Modifica

Nel novembre 1987 la senescenza fisica e mentale del "padre della patria" tunisino, Habib Bourguiba, indusse la diplomazia francese a cercare di "teleguidare" un proprio candidato alla successione[36]: ma ventiquattr'ore prima della loro mossa, la successione di Bourghiba avvenne con un colpo di Stato incruento di Zine El-Abidine Ben Ali, che prese il potere mantenendolo per oltre 23 anni (fino al gennaio 2011), al quale immediatamente Craxi offrì il necessario sostegno internazionale.

Dieci anni dopo, le memorie[37] dell'ammiraglio Fulvio Martini, allora capo del Sismi, rivelarono che non solo si era avuto il prematuro (e concordato) riconoscimento internazionale italiano del nuovo governo tunisino, ma addirittura la scelta del nuovo Presidente "bruciando sul tempo" il candidato di Parigi.

Il secondo governo Craxi e la "staffetta" Modifica

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Una nuova crisi esplose nel 1986. Il segretario della Democrazia Cristiana, Ciriaco De Mita, ottenne che il secondo incarico conferito dal nuovo Capo dello Stato Francesco Cossiga a Craxi fosse vincolato ad un informale "patto della staffetta", che avrebbe visto un democristiano alternarsi alla guida del governo dopo un anno, per condurre al termine la legislatura. Dopo aver taciuto per mesi intorno a questo patto, avallandone implicitamente l'esistenza, Craxi – con l'ennesima dimostrazione di quella disinvoltura politica che gli fu più volte rimproverata come "arroganza" al limite dell'improntitudine, e che lui rivendicava invece come necessario indizio di decisionismo – sconfessò l'accordo in un'intervista a Giovanni Minoli nella trasmissione Mixer nel febbraio del 1987.

La sfida così pubblicamente lanciata ricompattò la DC[38] e fu raccolta da De Mita, che fece nuovamente cadere il governo e, con un governo Fanfani, portò il Paese alle urne; con un gesto di sfida, Craxi dichiarò che non gli interessava guidare il governo durante il periodo elettorale, perché "non stiamo in America latina, dove è il prefetto che decide l'esito delle elezioni in una provincia". L'esito elettorale – che non portò molto avanti l'"onda lunga" del consenso del PSI, da lui ripetutamente vaticinata – si incaricò di smentire quest'assunto.

Dal 1987 in poi, la DC non fu più disponibile a dare la fiducia a Craxi, preferendo sostenere come presidente del Consiglio prima Giovanni Goria e poi Ciriaco De Mita. Fu solo uno degli episodi degli scontri fra De Mita e Craxi, spiegabile forse nel fatto che il leader democristiano era anche il punto di riferimento della sinistra Dc, quella cioè più vicina al Pci. Anche alla luce di questo orientamento, Craxi resse il gioco a Forlani ed Andreotti nella progressiva sottrazione a De Mita della segreteria DC e poi della Presidenza del Consiglio. Rimase agli atti, di quella stagione di decisionismo senza Craxi presidente, l'approvazione della modifica dei Regolamenti parlamentari che abolì il voto segreto nell'approvazione delle leggi di spesa; invano richiesta da Craxi per anni da Presidente del Consiglio, fu conseguita grazie alla sua politique d'abord, di attacco al governo De Mita.

In questi anni Craxi ottenne importanti ruoli alle Nazioni Unite: fu rappresentante del segretario generale dell'ONU Peréz de Cuéllar per i problemi dell'indebitamento dei Paesi in via di sviluppo (1989); successivamente svolse l'incarico di consigliere speciale per i problemi dello sviluppo e del consolidamento della pace e della sicurezza (rinnovatogli nel marzo 1992 da Boutros Ghali).

La fine degli anni ottantaModifica

La rendita di posizione e la deriva partitocraticaModifica

Il ritorno al governo della Democrazia cristiana fu accompagnato da un'accentuata conflittualità, all'interno dell'alleanza col PSI: Craxi inaugurò una tecnica di "movimentismo" (corredata di frequenti minacce di crisi di governo, che rientravano dopo aver ottenuto dal partner di governo le concessioni richieste), che fu definita "rendita di posizione"[39].

Conseguenze furono importanti battaglie condotte - al di fuori del vincolo di maggioranza - a fianco di alleati occasionali: quella sulla responsabilità civile dei giudici a fianco di Pannella, quella sulla chiusura delle centrali nucleari a fianco dei Verdi, ambedue coronate dal successo referendario; quella sull'ora di religione e quella sulla penalizzazione del consumo di droghe a fianco dell'ala conservatrice dello schieramento politico. Ma la sensazione che se ne trasse fu di un'estrema disinvoltura tattica, lontana dalla rimozione delle cause del dissesto del Paese[40] e finalizzata solo ad acquisire vantaggi elettorali. La traduzione di questi vantaggi in cariche pubbliche - secondo un metodo di spartizione assai accurato e, quel che è peggio, generalizzato a tutti i livelli della vita politica, sia nazionale che locale, con capovolgimenti di alleanze locali in base ad esigenze nazionali - era foriera, invece, di un'estremizzazione dei vizi partitici già intrinseci al sistema politico italiano[41].

Uno degli assunti più reiterati della retorica craxiana - la facile polemica sull'assemblearismo ed il consociazionismo, che aveva "favorito nel nostro paese rendite di posizione (...) di coloro che hanno amministrato senza doverne dare troppo conto all'opposizione, che assai spesso è pervenuta ad accordi con la maggioranza"[42], ritardando o impedendo la modernizzazione del Paese - veniva quindi controbilanciato da un fenomeno gravido di conseguenze proprio sul piano dell'efficienza del sistema: "la formazione della volontà politica non avviene più attraverso un processo pubblicistico e collegiale, quanto piuttosto attraverso un processo privatistico e contrattuale"[43].

Persino un momento di trasparenza della vita politica come l'abolizione del voto segreto nell'approvazione delle leggi di spesa - per il quale Craxi insistette fino ad ottenere, nel novembre 1988, l'apposita revisione dei regolamenti parlamentari - fu guardato con sospetto, dall'opinione pubblica: sin da allora ci si chiese se "l'estensione del voto palese andrà nel senso di rafforzare l'elemento pubblicistico e collegiale, oppure se la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica saranno chiamati semplicemente a ratificare accordi raggiunti nell'ambito delle coalizioni governative"[44].

Il dominio sul PSI, l'"unità socialista" e i rapporti col PCI Modifica

A partire dalla vittoria elettorale del 1983, con la crescita di consenso per il PSI, si estinse all'interno del partito socialista l'opposizione a Craxi, tanto che nei successivi congressi, fu sempre rieletto con voti plebiscitari; l'unica corrente ufficialmente non craxiana rimase quella di Michele Achilli, con meno del 2% degli iscritti. A porsi contro Craxi rimasero alcuni esponenti, anche prestigiosi, che condussero solitarie battaglie. Uno su tutti Giacomo Mancini, che esclamò in un congresso "Questo non è più il partito socialista italiano; è il partito craxista italiano". Anche fra i sostenitori di Craxi vi era coscienza della grande autorità che aveva il segretario nel partito, senza precedenti nella storia del socialismo italiano.

All'inizio degli anni ottanta, Craxi – che già nel 1979 aveva avviato una revisione ideologica, inneggiando al socialismo umanitario di Proudhon in luogo di quello scientifico di Marx – proseguì ed incoraggiò una revisione anche estetica del partito. Ad esempio, vennero cancellati dal programma politico alcuni termini che potevano ricondurre al marxismo; venne eliminato il termine autonomismo che venne sostituito con la parola riformismo, giudicata più inerente dalla corrente moderata e riformista. Venne inoltre abolito il termine "Comitato Centrale" (perché esso riconduceva immediatamente ai partiti comunisti), sostituito dal più neutro "Assemblea Nazionale", nella quale entrarono a far parte oltre ai politici anche uomini dello spettacolo, della moda, dello sport e della cultura.

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« È immensa come una nave, oblunga e travolgente e sarebbe impossibile vedere lui (Bettino Craxi) se non irradiasse la sua immagine elettronica dall'enorme piramide multimediale dell'architetto Filippo Panseca »
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(Giuseppe Genna, Dies irae)
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Alcuni eccessi di spettacolarizzazione (celebri le scenografie congressuali ideate dall'architetto Filippo Panseca) furono criticati dai suoi stessi compagni di partito: Rino Formica coniò, per l'Assemblea Nazionale del 1991, l'eloquente immagine di una "corte di nani e ballerine". Si rinunciò al tradizionale anticlericalismo socialista (con l'approvazione del Concordato) e fu infine ridotta e poi eliminata (dal 1985) la falce e martello dal simbolo storico del PSI, sostituendola col garofano rosso, che da allora divenne emblema del partito.

Soprattutto dopo il 1989, (quando cadde il muro di Berlino), ritenendo ormai prossima la crisi del PCI, nelle intenzioni di Craxi[45] entrò anche il lancio di un progetto annessionistico a sinistra, con la parola d'ordine dell'"unità socialista", scritta che fu aggiunta al simbolo del partito.

Il rapporto assai travagliato con il PCI risale agli anni della guerra fredda, quando citando Guy Mollet Craxi aveva sostenuto che "I comunisti non sono a sinistra, sono a est": ma furono "i comunisti della seconda generazione, quella dopo Togliatti e Longo" quelli che "non apprezzano la sua posizione e gliela fanno pagare cara, avvalendosi anche dell'implacabile collaborazione del direttore di Repubblica, che pure nei lontani anni sessanta era stato fraternamente appoggiato da Craxi, con Lino Jannuzzi, nella campagna elettorale"[46]. L'impulso ad una trasformazione del grande partito della sinistra italiana in senso occidentale era impresso da Craxi con una metodica scevra dalle sudditanze politiche dei suoi predecessori, giovandosi della posizione di potere acquisita con i lunghi anni di governo con la DC, tanto che essa è descritta da Claudio Petruccioli come una disperante sindrome da "riserva indiana" in cui il PSI costringeva in un ghetto politico il PCI ponendosi "all'imboccatura della valle" della politica di governo ed esigendo un pedaggio democratico che non gli venne mai concesso[47].

Quando però il PCI guidato da Achille Occhetto si stava per trasformare nel PDS, per costituire un'unica forza politica ispirata al riformismo socialdemocratico, la sua strategia non seppe adeguarsi altro che con la volontà di unificare PSI, PSDI e il nuovo partito, in una logica visibilmente annessionistica che fu particolarmente criticata dai riformisti del PCI (cosiddetta corrente "migliorista"), i quali videro nel mancato tentativo di arruolare Gianfranco Borghini nel PSI un'aggressione da rintuzzare con decisione (alla fine fu solo suo fratello, Giampiero Borghini, a passare dall'altra parte).

Craxi fu anche favorevole all'entrata del neonato Partito Democratico della Sinistra nell'Internazionale Socialista (di cui Craxi fu vicepresidente fino al 1994 quando fu sostituito proprio da Achille Occhetto). Il progetto di alcune limitatissime liste comuni, sperimentato nelle elezioni amministrative del 1992 (dove non riscosse molto successo), naufragò definitivamente in seguito alle inchieste di Tangentopoli.

Il CAF e i governi Andreotti Modifica

Nel 1989, Craxi torna alla carica contro la maggioranza della Democrazia cristiana espressione della sinistra interna: è deciso a ritornare a Palazzo Chigi, ma per farlo deve scalzare De Mita dalla guida del governo e del partito. Forma perciò con i democristiani Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani un'alleanza di ferro: il C.A.F. (dalle iniziali dei cognomi dei tre protagonisti), che fu definita la "vera regina d'Italia". Nel LXII congresso del PSI, Craxi, dopo essere stato rieletto segretario con una maggioranza schiacciante, fa approvare una mozione che - anche per le modalità con cui viene illustrata dal fidatissimo vicesegretario Claudio Martelli[48], allora considerato il suo delfino 'in pectore' - suona come esplicita sfiducia al governo De Mita. De Mita rassegna le dimissioni da Presidente del Consiglio, dopo che aveva perso già la segreteria democristiana che era andata nelle mani di Arnaldo Forlani, alleato di Andreotti.

Quest'ultimo, assume la guida di due governi che reggono fino al 1992. Sono anni "di assoluto immobilismo": il governo sembra incapace di prendere decisioni concrete; nel Paese si diffonde un forte malcontento, accentuato dai sospetti emersi con lo scandalo Gladio. Craxi confida apertamente in un logoramento democristiano e spera nella possibilità di portare il partito socialista al centro della scena politica, assumendo quel ruolo-guida, che fino a quel momento apparteneva alla Dc. Si mostra fiducioso di sé, anche quando il referendum sulla preferenza unica, promosso da Mario Segni – al quale Craxi si era opposto invitando gli italiani ad "andarsene al mare" – raccoglie invece un larghissimo consenso.

Il progetto di Craxi, coltivato a lungo, non si sarebbe però mai realizzato: secondo Giuliano Amato, dopo il crollo del muro di Berlino si finì per contare "più sulla definitiva disfatta dell'ex Pci che non sulla prospettiva di assumere noi la guida della sinistra. Sbagliammo: invece di attendere che il cadavere del Pds passasse sul fiume, avremmo dovuto invocare noi le ragioni della convergenza"[49]. Nella stessa circostanza Amato affermò che "forse ebbe un peso anche la sua malattia, molto seria, alla quale teneva testa solo grazie alla sua fibra veramente robusta, perché nei fatti non si curava, era sregolatissimo. Mi venne detto da medici esperti che l'incedere del diabete determina anche incertezze nuove nel carattere delle persone che ne soffrono. Può essere dunque che il suo ritrarsi da una decisione rischiosa fosse anche la conseguenza di un cattivo stato di salute"[49]; in effetti, all'agosto 1990 risale il primo ricovero di Craxi al San Raffaele di Milano per le complicazioni derivate dal diabete mellito che lo avrebbe portato alla morte dieci anni dopo.

Un'altra chiave di lettura è invece quella secondo cui "per un cattivo governo il momento più pericoloso è sempre quello in cui comincia a riformarsi", secondo la "legge" enunciata da Alexis de Tocqueville e di cui in quegli stessi anni sperimentarono la fondatezza altre "democrazie bloccate" come il Giappone monopolizzato dal partito liberaldemocratico[50].

La recessione economica, la crisi politica della Prima Repubblica, l'aumento del già abnorme debito pubblico e l'affermazione delle liste regionali (in particolare la Lega Lombarda) causarono il crollo del sistema politico di cui egli fu grande protagonista; inoltre, le inchieste giudiziarie avviate nei suoi confronti causarono la sua caduta, stavolta definitiva.

La cadutaModifica

L'impatto di Mani Pulite sulla fine della carriera politica Modifica

L'epicentro del potere socialista e craxiano era Milano, centro nevralgico della finanza e degli affari, con il cui ambiente il PSI finì per identificarsi. Nel dicembre del 1986 si avvicenda alla guida del comune Paolo Pillitteri, cognato di Craxi, sostituendo Carlo Tognoli, con una giunta pentapartito[51][52].

Il 17 febbraio 1992, l'ingegnere Mario Chiesa, esponente del PSI, già assessore del comune di Milano con l'ambizione alla poltrona di sindaco, viene arrestato in flagrante per aver intascato una tangente da una ditta di pulizie. Craxi al TG3 del 3 marzo, a un mese dalle elezioni politiche, commenterà sostenendo che «una delle vittime di questa storia sono proprio io... Mi trovo davanti a un mariuolo che getta un'ombra su tutta l'immagine di un partito che a Milano, in 50 anni, non ha mai avuto un amministratore condannato per reati gravi contro la pubblica amministrazione»[53].

Il 23 marzo Chiesa inizia a confessare svelando ai pubblici ministeri dell'inchiesta Mani Pulite il complesso sistema di tangenti che coinvolgono i dirigenti milanesi del PSI[54]. Craxi, fiducioso che il crollo della DC sia imminente, organizza una massiccia campagna elettorale, puntando alla presidenza del Consiglio.

Il 6 aprile l'intero Quadripartito del governo Andreotti VII esce dalle urne con un clamoroso 48,8%. Il PSI, dal canto suo, passa dal 14,3 al 13,5%, ma a Milano c'è già un crollo di oltre 5 punti (dal 18,6 al 13,2%)[55]. «Un piccolo calo» commenta Craxi «rispetto alla crisi dei partiti di governo». In virtù di questo, Craxi chiede la guida del nuovo governo, per poter portare «l'Italia fuori dal caos». Ma il nuovo Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro rifiuta di concedere incarichi ai politici vicini agli inquisiti. Craxi è costretto a farsi da parte; al suo posto viene nominato il socialista Giuliano Amato.

Dal maggio 1992 Mani Pulite era però ormai una questione nazionale, tanto da spingere Craxi il 3 luglio 1992 alla Camera, durante il discorso di fiducia al governo Amato I, a chiamare in correità tutto il Parlamento dichiarando «spergiuro» chi avesse negato di non aver fatto ricorso al finanziamento illecito dei partiti[56]. Il giuramento cui sfidò tutto il Parlamento non fu raccolto da nessuno[57], ma fu per anni sentito come un silenzio ipocrita. Secondo Gerardo D'Ambrosio il discorso craxiano fu «onesto»[58], mentre il silenzio altrui era dovuto al fatto che «in quel periodo gli altri partiti speravano di farla franca, anziché affrontare il problema lasciarono Craxi solo»[59]. Per Piero Ostellino il discorso conteneva anche un appello "all’etica della responsabilità"[60], un appello che "non è stato colto, per opportunismo e per viltà, ieri; non è colto, per conformismo e per incultura, oggi"[61]. Secondo Piero Fassino, in quell'occasione «non c’è dubbio che ci fu un silenzio assolutamente reticente e ambiguo da parte di tutta la classe politica davanti al discorso che Craxi fece alla Camera e nel quale disse con parole crude che il problema del finanziamento illegale non riguardava soltanto il PSI ma l’intero sistema politico»[62].

In un corsivo sull'Avanti! – firmato con il consueto pseudonimo "Ghino di Tacco" – attaccò[63] gli inquirenti e Di Pietro: "non è tutto oro, quello che luccica". Questo attacco, cui fece seguito il giudizio riferito da Rino Formica circa il "poker d'assi" che Craxi aveva mostrato in una direzione del suo partito sul conto di Di Pietro, non riuscì ad emanciparsi dall'impressione che Craxi difendesse se stesso non con i fatti, ma con vaghe teorie "complottistiche", volte a chiamare a raccolta sostenitori politici che non vennero mai allo scoperto[64].

L'impotenza politica di Craxi[65] si accentuò quando la situazione processuale precipitò a causa della sua chiamata in correità da parte della magistratura milanese, fino a quel momento solo adombrata: il 15 dicembre 1992 Craxi ricevette il primo degli avvisi di garanzia della Procura di Milano[66].

Il sentimento anticraxiano esplose nel Paese: "fu un autentico contagio di massa, un meccanismo accusatorio" nel quale "non passava giorno senza che Craxi incontrasse per strada giovinastri che gli gridavano «Ladro!» mostrandogli i polsi incrociati. Nacque una specie di ritualità” nella pubblica riprovazione, tanto che un giorno "il sosia televisivo Pier Luigi Zerbinati si nascose in un´auto per paura di essere scambiato per Craxi"[67].

Il 23 marzo 1993 gli avvisi di garanzia - tutti per episodi circostanziati di corruzione e finanziamento illecito di partito - erano diventati undici[68], ma già l'11 febbraio 1993 Craxi si era visto costretto a dimettersi dalla segreteria del PSI[69].

L'ultima difesa parlamentare e la contestazione pubblica Modifica

Il nuovo governo ebbe vita tormentata fin dagli inizi. Poco dopo l'avviso a Craxi una "pioggia di avvisi di garanzia" cadde sulle teste dei principali leader politici nazionali. Il PSI venne travolto dalle inchieste; la sua dirigenza fu letteralmente decimata e perse la guida del governo dopo la mancata firma del presidente Scalfaro al decreto Conso che mirava ad una "soluzione politica" depenalizzando il finanziamento illecito ai partiti.

Craxi stesso ricevette una ventina d'avvisi di garanzia e dopo aver accusato la Procura di Milano di muoversi dietro "un preciso disegno politico", si presentò alla Camera il 29 aprile del 1993 e in un famoso discorso tuonò: "Basta con l'ipocrisia!"; tutti i partiti –secondo Craxi– si servivano delle tangenti per autofinanziarsi, anche quelli "che qui dentro fanno i moralisti". La sua linea di difesa fu incentrata sulla tesi secondo cui i finanziamenti illeciti sarebbero stati necessari alla vita politica dei partiti e delle loro organizzazioni per il mantenimento delle strutture e per la realizzazione delle varie iniziative; il suo partito non si sarebbe discostato da questo generale comportamento[70] e, quindi, più che dichiarare sé stesso innocente, Craxi giungeva a sostenere che egli era colpevole né più né meno di tutti gli altri[71].

Il 29 aprile 1993, la Camera dei deputati negò l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti provocando l'ira dell'opinione pubblica e facendo gridare allo scandalo numerosi quotidiani. Nella stessa aula, seguirono momenti di tensione, con i deputati della Lega e dell'MSI che gridavano "ladri" ai colleghi che avevano votato a favore di Craxi. Alcuni ministri del governo Ciampi si dimisero in segno di protesta.

Il 30 aprile in tutt'Italia si svolsero manifestazioni di dissenso: a Roma circa 200 giovani dell'istituto Einstein sostarono in piazza Colonna scandendo slogan contro governo e Parlamento; un altro centinaio protestarono davanti alla sede del PSI in via del Corso; un terzo gruppo, proveniente dal liceo Mamiani, percorse in corteo il centro storico soffermandosi anch'esso davanti alla sede del PSI venendo però disperso dalle forze dell'ordine. Ci furono anche una manifestazione del Movimento Sociale Italiano nella galleria Colonna - seguita da un incontro stampa del segretario Gianfranco Fini per sottolineare l'impossibilità di tenere in vita questo parlamento - ed un'altra dimostrazione, tenuta in serata per iniziativa del PDS, la cui riunione di segreteria era stata per l'occasione sospesa. Diverse migliaia di persone si radunarono in piazza Navona per ascoltare i discorsi del segretario del PDS Occhetto, di Rutelli e di Ayala: essi tutti avevano incitato i presenti a protestare contro il voto parlamentare a favore di Craxi. Un piccolo corteo, organizzato dalla Lega Nord, sfilò infine da piazza Colonna al Pantheon. In coincidenza con la fine del comizio tenutosi a Piazza Navona, una folla invase Largo Febo e attese Craxi all'uscita dell'hotel Raphael, l'albergo che da anni era la sua dimora romana.

Quando Craxi uscì dall'albergo, i manifestanti lo bersagliarono con lanci di oggetti, insulti e soprattutto monetine e cantilene irridenti[72]. Con l'aiuto della polizia, Craxi riuscì a salire sull'auto e poi lasciò l'hotel. Quest'episodio, ritrasmesso centinaia di volte dai TG, viene preso come simbolo della fine politica di Craxi.[73]. Egli stesso definì quanto aveva subito "una forma di rogo" in una intervista a Giuliano Ferrara trasmessa su Canale 5[74].

La fuga ad Hammamet, la latitanza e la morte Modifica

Nel corso del 1993 ed a seguito della sua testimonianza al processo Cusani emersero sempre più prove contro Craxi: con la fine della legislatura e l'abolizione dell'autorizzazione a procedere, si fece sempre più vicina la prospettiva di un suo arresto. Il 15 aprile 1994, con l'inizio della nuova legislatura in cui non era stato ricandidato, cessò il mandato parlamentare elettivo che aveva ricoperto per un quarto di secolo e, di conseguenza, venne meno l'immunità dall'arresto. Il 12 maggio 1994 gli venne ritirato il passaporto per pericolo di fuga[75], ma era già troppo tardi perché Craxi, si seppe solo il 18, era già in Tunisia[76] ad Hammamet, protetto dall'amico Ben Alì; già il 5 maggio era stato avvistato a Parigi[77]. Il 21 luglio 1995 Craxi sarà dichiarato ufficialmente latitante[78]. La fuga all'estero del leader socialista fu percepita dall'opinione pubblica come un tentativo di sottrarsi all'esecuzione delle condanne penali inflittegli[79].

Dalla latitanza in Tunisia, con fax e lettere aperte, Craxi continuò a commentare le vicende della politica italiana, perseverando nelle accuse rivolte al PDS e ai giudici di Mani Pulite. Si soffermò anche su alcuni suoi ex sodali, come Giuliano Amato, da lui dipinto come il becchino, in alcuni dei quadri, della cui pittura si dilettò nella parte finale della sua vita. Dall'estero, assistette alla fine del PSI, con la divisione dei suoi maggiori esponenti, confluiti in parte nel Polo delle Libertà, in parte nell'Ulivo.

Affetto da cardiopatia, gotta e da molti anni malato di diabete, colpito da un tumore a un rene, Craxi morì il 19 gennaio del 2000 per un arresto cardiaco. L'allora presidente del Consiglio e leader dei Democratici di Sinistra Massimo D'Alema propose le esequie di Stato, ma la sua proposta non fu accettata né dai detrattori né dalla famiglia stessa di Craxi, che accusò l'allora governo di avere impedito al leader socialista di rientrare in Italia per sottoporsi a un delicato intervento chirurgico presso l'ospedale San Raffaele di Milano.

I funerali di Craxi ebbero luogo a Tunisi e videro una larga partecipazione della popolazione autoctona. Ex militanti del PSI e altri italiani giunsero in Tunisia per rendere l'ultimo saluto al loro leader. Le precedenti vicende dell'epoca Mani Pulite, ancora vicine, non erano dimenticate dalla folla di socialisti giunta fuori la cattedrale della città tunisina e la delegazione del governo D'Alema, formata da Lamberto Dini e Marco Minniti, venne bersagliata da insulti e da un lancio di monete che voleva rappresentare la simbolica restituzione di quanto ricevuto con l'episodio all'Hotel Raphael[80].

La sua tomba è orientata in direzione dell'Italia[81].
File:Tombacraxi.jpg

Giudizio storico ed accertamenti giudiziari Modifica

Il "craxismo" tra revisione "estetica" e rivoluzione modernista Modifica

Nella storiografia più recente è stato evidenziato "il nesso che Craxi riuscì a stabilire tra la modernizzazione in atto nella società italiana e la necessità di operare una modernizzazione sia nei partiti sia nelle istituzioni. Questa modernizzazione egli la interpretò, sembra giustamente, nel senso di un rafforzamento della leadership sia all'interno dei partiti sia nell'apparato decisionale con una stabilizzazione ed un consolidamento del ruolo del capo del governo. Al primo aspetto si legò lo sforzo di plasmare la struttura socialista in senso «leggero» e progressivamente deideologizzato: un partito agile adatto ad una «guerra per bande», come lo avrebbe definito nel 1987 Gaetano Arfé. Al secondo appartenne una prassi di governo che accentuò molto il ruolo personale e certi elementi di decisionismo appartenuti alla personalità del leader socialista"[82]. Il lato negativo del craxismo è che indubbiamente, più di quanto già facevano i partiti concorrenti, accentuò la necessità di procurare risorse al partito per procurare consensi tramite convegni, manifestazioni, ecc. in cui tutte le spese erano a carico del partito; ma ancor più grave fu la deliberatta politica di espansione del deficit pubblico per aumentare il benessere immediato dei cittadini, lasciando il conto da pagare alle generazioni future.

Sul mutamento introdotto da Craxi nella politica e nella società italiana, vi è chi ha sottolineato come, al di là delle estremizzazioni mediatiche, il craxismo abbia "lanciato" una generazione di giovani di cui, ancora a vent'anni di distanza e dagli opposti fronti degli schieramenti parlamentari, le istituzioni e la gestione della cosa pubblica ancora si avvalgono[83]. Ma il quesito storiografico è se questa spinta modernizzatrice abbia avuto anche un valore in sé, oltre all'emersione di una nuova generazione di politici e di amministratori[84]. Secondo alcuni[85] gli anni di Craxi “sono il frutto di quell'idea di moderno in cui l'individualismo senza princìpi si sostituisce alle solidarietà tradizionali in crisi”, di cui quel governo seppe solo accelerare la “destrutturazione” senza sostituirvi nuovi valori. Secondo altri[86], invece, “Craxi interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia e chiede alla politica di stare al passo”, a differenza di chi vedeva “nei cambiamenti un'insidia, anziché un'opportunità”; la teoria - elaborata da Craxi insieme con Claudio Martelli - dei «meriti e bisogni», "che fu contrapposta all'egualitarismo delle culture politiche allora vigenti, ha fatto da apripista a quella meritocrazia della quale - almeno a parole - oggi nessuno riesce a prescindere"[87].

Certo è che dagli anni ottanta parole d'ordine come "governabilità" e "decisionismo" - dopo la deriva degli anni settanta, in cui ogni forma di autorità era osteggiata come potenziale fonte di autoritarismo - sono state successivamente invocate da destra e da sinistra per proporre un approccio modernistico all'organizzazione del sistema-Paese. Vi è stato però chi ha sottovalutato l'apporto ideale di tale approccio, rilevando che esso andava incontro ad una pulsione già presente nella politica italiana negli anni cinquanta ed all'epoca soddisfatta dall'interventismo in economia del primo Fanfani e dalle ricette solidaristiche e stataliste dei morotei; Craxi avrebbe soltanto "aggiornato" le soluzioni offerte dalla politica degli anni ottanta, sposando un moderato liberismo economico più in voga nell'epoca di Reagan e Thatcher. Da ciò la spiegazione della competizione senza quartiere che si scatenò tra PSI craxiano e sinistra DC per oltre un decennio, vista come deleteria dalla parte più tradizionalista del Paese che vi leggeva il pericolo di un riformismo foriero di un tracollo delle strutture-partito su cui si fondava la democrazia italiana del dopoguerra[88].

Come arma di tattica politica, volta a spezzare il connubio tra democristiani di sinistra e partito comunista che negli anni settanta aveva compresso lo spazio di manovra del PSI, abbandonò la delimitazione dei rapporti politici all'"arco costituzionale": ricevette Almirante nelle consultazioni di governo[89] e consentì all'elezione di un deputato del partito di destra ad un organo parlamentare di garanzia[90]. Vi è stato chi, vent'anni dopo, ha ritenuto di leggere da tutto ciò un'apertura politica alla destra, anticipando lo "sdoganamento" di Fini da parte di Berlusconi nel "discorso di Casalecchio" del 1993[91]. Eppure, una testimonianza circa il ruolo consulenziale che avrebbe svolto Craxi nel 1993 nei confronti dell'ingresso in politica di Silvio Berlusconi, esclude che nel suo disegno fosse coinvolta la destra post-fascista[92].

Quali che fossero destinati ad essere i suoi orientamenti tattici dopo la rovinosa caduta degli anni novanta, Template:Citazione necessaria, se è vero che, ancora vent'anni dopo, Massimo D'Alema indicava in Craxi uno dei due soli leader di partiti di sinistra che abbiano assunto la carica di capo del Governo nei 148 anni dall'Unità d'Italia[93]; analoga posizione ha assunto Piero Fassino[94].

Le sentenze di condanna Modifica

Craxi è stato condannato con sentenza passata in giudicato a:

Per tutti gli altri processi in cui era imputato (alcuni dei quali in secondo o in terzo grado di giudizio), è stata pronunciata sentenza di estinzione del reato a causa del decesso dell'imputato.

Fino a quel momento Craxi era stato condannato a:

Craxi fu anche rinviato a giudizio il 25 marzo 1998 per i fondi neri Montedison[102] e il 30 novembre 1998 per i fondi neri Eni[103].

Le prove sulla base delle quali furono emesse le prime sentenze di condanna della vicenda giudiziaria di Craxi, secondo alcuni autori, si incaricheranno di smentire due dei suoi principali assunti difensivi. Il primo era quello secondo cui i reati erano stati compiuti solo per eludere le forme di pubblicità obbligatoria del finanziamento dei partiti, e non in contraccambio di atti amministrativi: in un caso (sentenza ENI-SAI) la sua condanna definitiva fu per corruzione[104], e non solo per finanziamento illecito di partito (ciò spiega l'insistenza dei suoi eredi nell'attaccare la procedura di quella sentenza dinanzi alla Corte di Strasburgo).

Il secondo era quello secondo cui i proventi dei reati contestatigli era destinato al partito e non a fini personali; varie sentenze - non passate in giudicato solo per il decesso dell'imputato - sostennero in motivazione che Craxi aveva utilizzato parte dei proventi delle tangenti (circa 50 miliardi di lire) per scopi personali (Finanziamento del canale televisivo GBR di proprietà di Anja Pieroni, acquisto di immobili, affitto di una casa in Costa Azzurra per il figlio)[105]; durante le indagini (dopo un fallito tentativo di far rientrare tali proventi in Italia, bloccato dal nuovo segretario del Psi Ottaviano Del Turco) Craxi li versò sul conto di un prestanome, Maurizio Raggio[106].

La lettura di un uso privato dei fondi, ancora assai ricorrente, fu sostenuta da Vittorio Feltri all'epoca dei fatti, ma è stata dallo stesso abbandonata più di recente[107] venendo così sostanzialmente a coincidere con quanto sempre sostenuto dai familiari circa l'esistenza di conti segreti ascrivibili al solo PSI[108]. Distinguendo tra movente e comportamenti, uno dei giudici del pool anticorruzione di Milano, Gerardo D'Ambrosio, sostenne in proposito: «La molla di Craxi non era l'arricchimento personale, ma la politica»[109].

I ricorsi a Strasburgo contro le sentenze di condanna Modifica

Il 5 dicembre 2002 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo ha emesso una sentenza che condanna la giustizia italiana per la violazione dell'articolo 6 paragrafo 1 e paragrafo 3 lettera d (diritto di interrogare o fare interrogare i testimoni) della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo in ragione dell'impossibilità di «contestare le dichiarazioni che hanno costituito la base legale della condanna», condanna formulata «esclusivamente sulla base delle dichiarazioni pronunciate prima del processo da coimputati (Cusani, Molino e Ligresti) che si sono astenuti dal testimoniare e di una persona poi morta (Cagliari)». Tuttavia, la Corte ha rilevato anche che i giudici, obbligati ad acquisire le dichiarazioni di questi testimoni dal codice di procedura penale, si sono comportati in conformità al diritto italiano. Per quanto riguarda gli altri ricorsi valutati (diritto ad un equo processo, diritto di disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie alla difesa) la corte non ha rilevato violazioni. Per la violazione riscontrata la corte non ha comminato nessuna pena, in quanto ha stabilito che «la sola constatazione della violazione comporta di per sé un'equa soddisfazione sufficiente, sia per il danno morale che materiale».[110]

La Corte ha emesso una seconda sentenza il 17 luglio 2003, questa volta riguardante la violazione dell'articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata). La Corte ha rilevato infatti che «lo Stato italiano non ha assicurato la custodia dei verbali delle conversazioni telefoniche né condotto in seguito una indagine effettiva sulla maniera in cui queste comunicazioni private sono state rese pubbliche sulla stampa» e che «le autorità italiane non hanno rispettato le procedure legali prima della lettura dei verbali delle conversazioni telefoniche intercettate». Come equa soddisfazione per il danno morale, la Corte ha elargito un risarcimento di 2000 € per ogni erede di Bettino Craxi.[111]

Eredità politica Modifica

La forte personalità di Bettino Craxi incise in tal modo sulla strutturazione stessa del PSI da determinarne, dopo la sua uscita di scena e anche a causa delle inchieste di Tangentopoli, il rapido e repentino disfacimento.

Oggigiorno, molti esponenti socialisti già a lui fedeli hanno aderito a Forza Italia, il partito dell'amico Silvio Berlusconi (tra gli altri, la figlia Stefania, Fabrizio Cicchitto, Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi, Renato Brunetta, Franco Frattini), altri sono andati a sinistra, aderendo prima ai Socialisti Italiani e successivamente al partito dei Socialisti Democratici Italiani, guidato da Enrico Boselli (tra cui Ugo Intini e Ottaviano Del Turco; quest'ultimo poi ha aderito al Partito Democratico), o confluendo nei DS (la Federazione Laburista di Valdo Spini e i Riformatori per l'Europa di Giorgio Benvenuto). Anche la corrente di maggioranza della CGIL (oggi vicina al Partito Democratico) è stata guidata da un ex-craxiano, Guglielmo Epifani; socialista era anche il giurista del diritto del lavoro Marco Biagi, poi assassinato dalle Nuove Brigate Rosse.

Altro partito erede della politica craxiana è il Nuovo PSI, che vede nelle sue file uno dei più importanti esponenti socialisti degli anni ottanta, Gianni De Michelis, già ministro degli esteri; tuttavia, De Michelis e Bobo Craxi, figlio secondogenito di Bettino, a seguito di un infuocato congresso celebratosi verso la fine del 2005 si sono contesi con reciproche contestazioni la guida del partito, con strascichi anche giudiziari.

L'oggetto del contendere furono le alleanze politiche: Bobo Craxi intendeva far entrare il Nuovo PSI, che finora ha appoggiato i governi berlusconiani, nell'Unione di centrosinistra, mentre De Michelis, pur concordando nel ridiscutere il rapporto con Berlusconi, si era dichiarato contrario a questa alleanza; anche Stefania Craxi, in contrapposizione con Bobo, si è fermamente opposta ad un passaggio nella coalizione prodiana. Tuttavia Bobo Craxi ha fondato una sua lista in appoggio della coalizione dell'Ulivo, denominata I Socialisti. L'anno successivo, però, anche De Michelis ha abbandonato il centro-destra, per avvicinarsi, seppur brevemente e criticamente, al centro-sinistra.

Recentemente molti craxiani hanno aderito alla Costituente Socialista di Enrico Boselli, volta a ricostituire il PSI, che ha sancito la rinascita del Partito Socialista, seppur in forma ridotta, rispetto quello dell'epoca craxiana.

A parte queste contese strettamente partitiche, l'eredità politica di Craxi è oggi contesa da parte del centrosinistra (oltre che dal rinato Partito Socialista Italiano, da numerosi esponenti del Partito Democratico, alcuni dei quali provenienti dal PSI craxiano), ma anche dal Popolo della Libertà (centro-destra).

Nel libro Segreti e Misfatti, scritto dal suo fotografo personale e amico fidato fino agli ultimi giorni tunisini Umberto Cicconi, si scoprono molti retroscena curiosi ma anche di grande interesse politico, storico ed umano.

Sempre lo stesso anno, la pubblicazione del libro di Bruno Vespa, L'Amore e il Potere, contenente anche gossip su Craxi e le sue presunte amanti, ha provocato la reazione del figlio Bobo, che ha definito il carattere del libro "particolarmente odioso".[112]

La Fondazione Craxi Modifica

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| style="padding:0 1.2em; vertical-align:top;border:none"| | style="padding:0 1.2em 0 0;border:none"|
« La mia libertà equivale alla mia vita »
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(Epitaffio della tomba di Bettino Craxi)
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La Fondazione Craxi è una fondazione nata il 18 maggio 2000 allo scopo di tutelare la personalità, l'immagine, il patrimonio culturale e politico di Bettino Craxi attraverso la raccolta di tutti i documenti storici che riguardino la sua storia politica. Principale animatrice è la figlia Stefania Craxi, attualmente deputato del gruppo Misto. La sede principale è a Roma, mentre un'altra importante sede si trova ad Hammamet, in Tunisia, luogo dove è sepolto Bettino Craxi.

Tra le attività della fondazione vi è la costituzione e valorizzazione dell'"Archivio Storico Craxi", costituito riunendo documenti conservati in diversi luoghi (Milano, Roma, Hammamet), costituiti essenzialmente da corrispondenza, memorie, discorsi, articoli, interviste, atti processuali.

L'obiettivo generale è quello di "riabilitare" la figura dello statista italiano coinvolto nei processi di Mani Pulite e di riqualificarne l'importanza storica nonostante le svariate condanne penali riportate.

La fondazione figura anche come organizzatrice di convegni e mostre inerenti alla vita e all'attività politica di Bettino Craxi, cui affianca anche un'attività editoriale.

Riconoscimenti Modifica

A seguito del ricorrente tentativo di conseguire un atto ufficiale che esprima una condivisione pubblica dell'operato del personaggioErrore nella funzione Cite: </ref> di chiusura mancante per il marcatore <ref> e "via Bettino Craxi" in quelli di Valmontone, Lecce, Botrugno, Marano Marchesato e Scalea[113].

Nella città di Aulla (provincia di Massa e Carrara) nel 2003 per iniziativa dell'allora sindaco Lucio Barani era stata eretta anche una statua di Craxi, oltre ad intitolargli una piazzaErrore nella funzione Cite: </ref> di chiusura mancante per il marcatore <ref>, in accordo con la sua giunta di centro-sinistra, e poi ribadita dal nuovo sindaco Alemanno. Nel 2009 identica proposta è stata avanzata dal sindaco di Milano Letizia Moratti, portando ad una manifestazione di protesta, svoltasi il 9 gennaio 2010 in piazza Cordusio, durante la quale Beppe Grillo e Antonio di Pietro hanno arringato gli oltre cento partecipanti.Errore nella funzione Cite: </ref> di chiusura mancante per il marcatore <ref> dandogli quindi il senso di un dignitario/satrapo orientale. Matt Frei[114] afferma che nella Roma politica il suo epiteto sarebbe stato il "Maestro", in quanto padrone delle mille tattiche utili alla strategia politica che lo aveva posto al centro della vita nazionale per oltre un decennio.

  • Nella polemica su Tangentopoli era comune in quel periodo storico sentire definito Craxi come "ladrone" detentore di un tesoro da Ali Baba[115]. Rispetto a questo tipo di definizioni - la cui ampia diffusione nell'opinione pubblica sfugge oramai ad un giudizio solo processuale, essendo la forma di percezione pubblica di un giudizio storico - più eleganti appaiono i richiami storici ricercati da autori di più auliche similitudini. Ad esempio, Francesco De Gregori lo definì Nerone in una sua canzone[116].
  • Craxi usò lo pseudonimo Ghino Di Tacco, epiteto datogli da Eugenio Scalfari, per firmare articoli anonimi sul giornale Avanti![117]. A volte il nome fu storpiato dagli avversari in Ghigno Di Tacco, in riferimento presunto all'espressione facciale di Craxi. Giorgio Forattini, che allora lavorava per la Repubblica, il giornale diretto da Scalfari, storpiò a sua volta questo soprannome in Benito di Tacco, perché era solito rappresentare Craxi in camicia nera e stivali, per via dei suoi modi "da Duce".

Scritti Modifica

  • Socialismo e realtà, Milano, Sugar & C., 1973.
  • Soldado amigo, Milano, Studio Tecno Service, 1973.
  • Nove lettere da Praga, Milano, Sugar & C., 1974.
  • Socialismo da Santiago a Praga, Milano, Sugar & C., 1976.
  • Costruire il futuro, Milano, Rizzoli, 1977.
  • Lotta politica, Milano, SugarCo, 1978.
  • Pluralismo o leninismo, Milano, SugarCo, 1978.
  • Uscire dalla crisi costruire il futuro. Relazione e replica al XLI congresso Torino 29 marzo-2 aprile 1978, Roma, Aesselibri, 1978.
  • L'Internazionale socialista, Milano, Biblioteca universale Rizzoli, 1979.
  • Prove. Marzo 1978 - gennaio 1980, Milano, SugarCo, 1980.
  • La campagna di primavera, Milano, Biblioteca rossa, 1980.
  • Un passo avanti, Milano, SugarCo, 1981.
  • Il riformismo socialista italiano, vol. 8, Il rinnovamento socialista, Venezia, Marsilio, 1981.
  • Rinnovamento socialista per il rinnovamento dell'Italia. Relazione e replica al XLII congresso Palermo 22-26 aprile 1981, Roma, Aesselibri, 1981.
  • Turati e Pertini. Discorso del segretario del Psi al convegno storico internazionale "Filippo Turati e il socialismo europeo" Milano, dicembre 1982, Roma, Calanchini, 1982.
  • Cento anni dopo, Milano, Biblioteca rossa, 1982.
  • Cristianesimo e socialismo, Padova, Marsilio, 1983.
  • Tre anni, Milano, SugarCo, 1983.
  • Ignazio Silone, la via della verità. Testo integrale del discorso del Presidente del Consiglio, Pescina, 2 dicembre 1984, Roma, Edizioni del garofano, 1984.
  • L'Italia liberata, Milano, SugarCo, 1984.
  • Il rinnegato Silone, Roma, Edizioni del garofano, 1984.
  • Una società giusta una democrazia governante. Relazione e replica al XLIII congresso Verona 11-14 maggio 1984, Roma, Aesselibri, 1984.
  • Il progresso italiano, 2 voll., Milano, SugarCo, 1985-1989.
  • E la nave va, Roma, Edizioni del garofano, 1985.
  • L'Italia che cambia. Viaggi e discorsi di Bettino Craxi 1983-1985, Milano, SugarCo, 1985.
  • Il nuovo ruolo di pace di un'Italia sempre più integrata nell'economia mondiale, Roma, Edizioni Avanti, 1985.
  • La cultura dello sviluppo. Quattro anni di ripresa nella stabilita di governo attraverso i discorsi alla Fiera del Levante, Bari, Laterza, 1986.
  • Fiducia nell'Italia che cambia, Roma, Edizioni Avanti, 1986.
  • Misura per misura. Ricordo di una tragedia, Roma, Edizioni Avanti, 1986.
  • Cresce l'Italia, Milano, SugarCo, 1987.
  • L'Italia che cambia e i compiti del riformismo. Relazione e replica al XLIV congresso Rimini 31 marzo-5 aprile 1987, Roma, Aesselibri, 1987.
  • Una responsabilita democratica, una prospettiva riformista per l'Italia che cambia. Relazione introduttiva del segretario del PSI al XLIV Congresso. Rimini, 31 marzo - 5 aprile 1987, Roma, Edizioni Avanti, 1987.
  • Per il socialismo e per il progresso dell'Italia. Discorso di chiusura del XLIV Congresso del PSI Rimini 5 aprile 1987, Roma, Edizioni Avanti, 1987.
  • Un'onda lunga. Articoli, interviste, discorsi. Gennaio-dicembre 1988, Milano, SugarCo, 1988.
  • La politica socialista. Discorsi, articoli, interviste giugno 1987 - febbraio 1988, Roma, Aesselibri, 1988.
  • Una prospettiva d'avvenire. Articoli, interviste, discorsi. Gennaio-dicembre 1989, Roma, Aesselibri, 1989.
  • Al lavoro per il mondo più povero, Milano, Fiorin, 1990.
  • Pagine di storia della libertà, Firenze, Le Monnier, 1990.
  • Per il bene comune, Roma, Aesselibri, 1990.
  • Il caso C., Milano, Giornalisti editori, 1994.
  • Il caso C., (parte seconda), Milano, Giornalisti editori, 1995.
  • Il caso Cagliari, Milano, Giornalisti editori, 1995.
  • Capitolo finale, Milano, Giornalisti editori, 1995.
  • Garibaldi a Tunisi, Tunis, Med ed., 1995.
  • Il finanziamento della politica, Milano, Giornalisti editori, 1996.
  • Rosso giallo nero sporco e grigio, Milano, Giornalisti editori, 1996.
  • Guerra d'Africa, Milano, Giornalisti editori, 1997.
  • Memoria numero 1. Per una Commissione parlamentare di inchiesta su Tangentopoli, Milano, Giornalisti editori, 1998.
  • Quattro anni di governo, Milano, Giornalisti editori, 1998.
  • La Rivoluzione di Milano. Un cittadino di Porta romana, Milano, Giornalisti editori, 1998.
  • Ghino di Tacco. Gesta e amista di un brigante gentiluomo, Roma, Koine Nuove edizioni, 1999.
  • Sempre qualcosa di nuovo dall'Africa, Brescia, Edizione Di la dal fiume e tra gli alberi, 1999.
  • Craxi. Un artista tra dada e pop art, Roma, Cosmopoli, 2000.
  • Fax dall'esilio, Roma, L'Avanti!, 2001.
  • Pace nel Mediterraneo, Venezia, Marsilio, 2006.
  • Discorsi parlamentari, 1969-1993, Roma, GLF editori Laterza, 2007.
  • Passione garibaldina, Venezia, Marsilio, 2007.

Cinema Modifica

Opere su Bettino Craxi Modifica

  • La Fondazione Bettino Craxi ha prodotto nel 2008 il documentario La mia vita è stata una corsa, realizzato dal regista Paolo Pizzolante.[119]
  • Il drammaturgo Massimiliano Perrotta nel 2008 ha dedicato a Craxi la tragedia Hammamet.[120]
  • Lo scrittore, drammaturgo e sceneggiatore Vitaliano Trevisan nel 2011 ha dedicato a Craxi la pièce Una notte in Tunisia.[121]
  • L'autore Pietro Carubbi nel 2012 ha dedicato a Craxi il romanzo La seconda vita di Bettino Craxi.[122]

Note Modifica

Template:References

Bibliografia Modifica

  • Giancarlo Galli, Benedetto Bettino, Milano, Bompiani, 1982.
  • Antonio Ghirelli, L'effetto Craxi, Milano, Rizzoli, 1982.
  • Craxi in prima pagina. L'occhio della stampa sul governo a guida socialista, Milano, La biblioteca rossa, 1984.
  • Ugo Intini, Tutti gli angoli di Craxi, Milano, Rusconi, 1984.
  • Guido Gerosa, Craxi. Il potere e la stampa, Milano, Sperling & Kupfer, 1984.
  • Giuseppe Montalbano, Craxi. Democrazia e riformismo, Palermo, s.n., 1984.
  • Eugenio Scalfari, L'anno di Craxi. O di Berlinguer?, Milano, A. Mondadori, 1984.
  • Paola Desideri, Il potere della parola. Il linguaggio politico di Bettino Craxi, Venezia, Marsilio, 1987.
  • Gianni Statera, Il caso Craxi. Immagine di un presidente, Milano, A. Mondadori, 1987.
  • Gino Pallotta, Craxi il leader della grande sfida. L'irresistibile ascesa di un abile segretario, d'uno stratega fine e spregiudicato che, tra meriti, contraddizioni e asprezze di un carattere decisionista, ha dato al suo partito un nuovo ruolo sulla scena politica italiana, Roma, Newton Compton, 1989.
  • Italo Pietra, E adesso Craxi, Milano, Rizzoli, 1990.
  • Alberto Benzoni, Il craxismo, Roma, Edizioni associate, 1991.
  • Paolo Ciofi, Franco Ottaviano, Il fattore Craxi. Dalla prima elezione a segretario agli anni di Cossiga, Roma, Datanews, 1992.
  • Antonio Padellaro, Giuseppe Tamburrano, Processo a Craxi, Milano, Sperling & Kupfer, 1993.
  • Elio Veltri, Da Craxi a Craxi, Roma, Laterza, 1993.
  • Massimo Franco, Hammamet, Milano, A. Mondadori, 1995; Milano, Baldini & Castoldi, 2000.
  • Enzo Lo Giudice, Processo a Craxi. Una sentenza annunciata, Milano, Giornalisti editori, 1995.
  • Francesca Di Martino, Briganti. Autobiografia immaginaria di Bettino Craxi, Repubblica di San Marino, Aiep, 1999.
  • Massimo Emanuelli, Bettino. Adieu monsieur le president, Milano, Greco & Greco, 2000.
  • Arturo Gismondi, La lunga strada per Hammamet. Craxi e i poteri forti, Milano, Bietti, 2000.
  • Ugo Intini, Craxi, una storia socialista, Roma, MondOperaio, 2000.
  • Umberto Cicconi, Craxi. Una storia, s.l., Fondazione Craxi, 2001.
  • Enzo Catania, Bettino Craxi. Una storia tutta italiana, Novara, Boroli, 2003.
  • Bobo Craxi, Gianni Pennacchi, Route el Fawara. Hammamet, Palermo, Sellerio, 2003.
  • Ugo Finetti, Il socialismo di Craxi, Milano, M & B Publishing, 2003.
  • Massimo Pini, Craxi. Una vita, un'era politica, Milano, Mondadori, 2006.
  • Andrea Spiri (a cura di), Bettino Craxi, il socialismo europeo e il sistema internazionale, Venezia, Marsilio, 2006.
  • Simona Colarizi et al., La cruna dell'ago. Craxi, il Partito Socialista e la crisi della Repubblica, Bari, Laterza, 2006.
  • Template:Cita libro
  • Massimiliano Perrotta, Hammamet, Mineo, Sikeliana, 2010.
  • Andrea Spiri (a cura di), Bettino Craxi, il riformismo e la sinistra italiana, Venezia, Marsilio, 2011.

Voci correlate Modifica

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